COM’ERA LA BIRRA PRODOTTA IN EGITTO 4.400 ANNI FA

La maggior parte delle informazioni sull’alimentazione degli antichi egizi proviene direttamente dalle loro tombe. Credendo, infatti, in una seconda vita dopo la morte, accanto al defunto venivano lasciati una serie di oggetti di cui si pensasse l’anima avesse bisogno nel suo nuovo viaggio. E’ così che molte conoscenze su cibi e bevande sono arrivate ai giorni nostri.

La rivista Pharaon, specializzata sull’Antico Egitto, ha dedicato all’argomento uno speciale molto interessante da cui prendiamo alcuni spunti.

Alla base dell’alimentazione degli antichi egizi c’erano soprattutto il pane e la birra. La birra era una bevanda molto comune, consumata per lo più dai contadini e dagli artigiani, ma che anche le classi agiate non disdegnavano.

Ovviamente però la birra di allora era differente da quella a noi oggi più familiare e questa diversità era legata soprattutto alle materie prime usate e alle tecniche di fabbricazione adoperate per produrla, delle quali troviamo testimonianza in pitture e rilievi parietali dell’epoca.

Gli ingredienti base erano principalmente due: l’orzo e il farro. Se nell’Antico Regno (2.755 a.C. – 2.221 a.C.) la birra veniva preparata per la maggior parte col primo ingrediente, all’epoca di Amenhotep II (Nuovo Regno) si cominciò a usare in sua sostituzione il farro. La birra prodotta con l’orzo risultava più torbida e necessitava di essere filtrata, quella prodotta col farro era invece del tutto priva di residui.

Grazie ad alcune raffigurazioni presenti nelle tombe di due nobili vissuti al tempo della V dinastia (2.650 a.C. – 2.180 a. C.), riusciamo oggi ad avere un’idea di come veniva fabbricata all’epoca questa bevanda sebbene esistessero diversi metodi per la sua preparazione.

Per ottenere la giusta fermentazione erano tre le condizioni necessarie: la preparazione del lievito, quella dello zucchero e la creazione della barriera di fermentazione.

Il lievito si ricavava da un composto alcolico preparato in precedenza. Il composto era in genere vino di datteri, ottenuto pestando con i piedi i datteri secchi. L’amido contenuto nei cereali veniva poi trasformato in una sostanza gelatinosa che, con l’aggiunta di amilasi (un enzima), veniva convertita in zucchero. La barriera di fermentazione, invece, altro non è che un meccanismo chimico per evitare la creazione di microrganismi all’interno del liquido di fermentazione.

Le scene raffigurate vicino la tomba dei due nobili illustrano la preparazione del vino di datteri e di un impasto acido di farro. La mistura viene purificata e mescolata con il vino di datteri e con un impasto ricco di acido lattico. La farina di malto si fa dissolvere in acqua e la mistura si versa in un contenitore d’argilla dove, sottoposta a decozione, dà origine al mosto di malto.

Un ruolo molto importante lo avevano quindi i grandi vasi d’argilla dove il composto veniva messo a fermentare. Prima di essere riutilizzati dovevano essere lavati e sterilizzati con argilla e cenere vegetale per non compromettere la successiva fermentazione.

La birra così prodotta 4.400 anni fa aveva un gusto simile a quello del nostro vino bianco ed era ad alto contenuto alcolico (10%).

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