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Dal mondo della scienza
 
Aprile  2010
Qualche bicchiere contrasta l’aumento di peso nelle donne


I risultati di un recente studio americano ci servono da spunto per una più ampia riflessione su come interpretare correttamente le notizie scientifiche


Il recente studio di L. Wang e Coll. su consumo di alcol e diminuito rischio delle donne di diventare obese con in passare degli anni ha avuto un prevedibile successo mediatico. Senza nulla togliere alla validità della ricerca, la comunicazione che ne è scaturita suggerisce alcune considerazioni d’obbligo quando si tratta di scienza e di salute, considerazioni che si applicano sia ai messaggi positivi, come in questo caso, sia a quelli negativi, che sottolineano cioè aspetti di pericolo o di rischio.

Il dato scientifico che si ottiene da una ricerca è  di per sé  sempre contingente a qualcosa che si voleva misurare quindi in continua  evoluzione, mai conclusivo, ma sempre inserito in una dialettica.
Comunicare con estrema semplificazione che qualcosa “fa bene” o ”fa male” può essere riduttivo. Un messaggio troppo secco ed essenziale può infatti portare con sé un'imprecisione che conduce in definitiva al discredito della scienza, da parte di chi ha ricevuto informazioni  recepite come contradditorie.

Nel caso di questo studio in particolare la riflessione da fare è che considerare solo le calorie di ciò che mangiamo o beviamo può essere utile ma è decisamente semplicistico.
E’ scontato che nelle nostre società ipersviluppate  la perdita, o il non aumento, di peso sia usualmente desiderata o desiderabile. E’ frequente poi sentir dire che un certo cibo o nutriente – come oggi è appunto  il caso delle bevande alcoliche - “fa ingrassare” o “fa dimagrire” come se il tessuto adiposo fosse una sorta di bisaccia che viene alternativamente e direttamente riempita o svuotata. Non è cosi’: il messaggio è fuorviante sia nella identificazione dei cibi “buoni” o “cattivi” che nel significato stesso della dimensione “elastica” del tessuto adiposo. Il tessuto adiposo infatti e’ sottoposto ad un controllo omeostatico per cui tende fondamentalmente a rimanere quello che e’ a fronte di un variabile introito calorico.  Quando si aumenta di peso, è il cervello ad averlo ordinato.

Il bilancio tra calorie introdotte e consumate per metabolismo basale, attività fisica e “consumo inefficiente” - quello generalmente riferito alla termogenesi - è estremamente ben controllato. Su un lungo arco di tempo infatti il consumo calorico corrisponde all’introito per oltre il 95%. Una variazione della dimensione del tessuto adiposo, che in alcuni casi può costituire un rischio per la salute, è il risultato dell’ operare di un meccanismo di controllo che riconosce opportuno, talvolta sbagliando, aumentare le scorte diminuendo il consumo ed aumentando l’introito. Chi o cosa porta a questi segnali? Perchè il nostro cervello “comanda” all’organismo di fare scorta anche se non c’e’ apparentemente reale bisogno? Evidentemente esistono segnali dall’ambiente che, processati dall’organismo, stimolano il dirottamento delle calorie introdotte verso l’accumulo. E questo in origine era fatto a fin di bene.

Disporre di segnali che fanno sapere in anticipo che ci sarà bisogno di calorie ha infatti costituito un bel vantaggio per i nostri antenati. Aumentare le scorte quando era necessario ha favorito l’uomo primitivo e la pressione evoluzionistica avvantaggiando chi meglio degli altri “avvertiva” i segnali e poteva sopravvivere con la scorte fatte prima dei momenti di carestia o di maggior bisogno.

La vera e più importante sfida per la ricerca che oggi voglia combattere l’ epidemia di obesità nel mondo occidentale, è  proprio quella di capire meglio i segnali che giungono dalla alimentazione e dall’ambiente - quelli che “dicevano” all’uomo preistorico che era meglio far scorte. Si tratta ragionevolmente degli stessi segnali che oggi ci fanno semplicemente ingrassare, dato che la carestia non si verifica più.

Complessivamente i segnali che inducono al “risparmio energetico” sono segnali di stress di varia natura. Stress dell’uomo che sente in procinto di ridursi la sua capacità di procurarsi il cibo, ma anche stress dell’alimento vegetale, che ne annuncia una futura carenza, o  stress dell’ambiente che fa prevedere una diminuzione delle disponibilità alimentari. Un concetto che ben si accorda con il buonsenso.

Ora l’ osservazione che bere qualche bicchiere contrasti la tendenza ad aumentare di peso, potrebbe esser visto, indipendentemente dal ragionieristico calcolo delle calorie, come il benefico segnale di benessere che riduce i segnali di stress e dice al nostro sistema omeostatico che possiamo star tranquilli per il futuro e che non serve far scorta di calorie. O per lo meno, nel caso di questo studio, che possono star tranquille le donne.

Molta ricerca di base è ancora necessaria per spiegare  questi  sofisticati meccanismi.  In attesa della loro chiarificazione, possiamo comunque, e a buon diritto, presumere che “qualche bicchiere” di vino o di birra possa farci del bene anche perchè ci rassicura, (in questo caso rassicura le donne) che non ci sono preoccupazioni in vista.


Arch Intern Med. 2010 Mar 8;170(5):453-61.


di Fulvio Ursini, professore di biochimica all’Università di Padova


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